Nelle sale delle antiche scuderie di villa Mazzucchelli é ubicato il
Museo della Moda e del Costume. La collezione, che ha origine dalle ricerche e nei viaggi di Franca Meo, è costituita da circa 5.000 pezzi, comprensivi di abiti, accessori, cappellini, fazzoletti, ombrellini, ventagli, guanti, monili, biancheria intima e da casa, paramenti sacri, strumenti da lavoro, abbigliamento infantile e giocattoli, cronologicamente databili dalla metà del Settecento fino alla nascita dell’alta moda nel Novecento. Una collezione di abiti etnici del XIX e XX secolo arricchisce il fondo del museo. Tra i materiali che compongono le ricche raccolte vi sono, inoltre, fotografie storiche, stampe antiche, cartoline e figurini dell’Ottocento e del Novecento, che costituiscono una sezione specifica di documenti iconografici sull’evoluzione del gusto vestimentario in età moderna.
Il percorso espositivo si articola in
sei sezioni, partendo dalla Sala delle Colonne, che viene periodicamente riallestita e destinata a mostre temporanee dedicate alla moda (fino ad agosto 2011 in mostra
Lo stile ritrovato di Franco Jacassi).
prima sezione
La moda femminile. Abiti e accessori lungo un secolo di storia
Il patrimonio vestimentario raccolto da Franca Meo docu-menta un arco cronologico tra i più interessanti della storia della moda, dalla fine dell’Ottocento a tutto il Novecento, un patrimonio che si arricchisce continuamente mediante signi-ficative donazioni. Dire moda vuol dire raccontare l’evoluzione di un gusto, ma soprattutto ricostruire il ruolo e le caratteristiche della società del tempo che l’ha generata. I mutamenti culturali che fanno da sfondo alle diverse fogge - qui rappresentate da una quindicina di abiti e da un cospicuo numero di accessori, tra pochet e borse, scarpe, ombrelli e monili da toilette -definiscono il passaggio dallo status della donna quale “angelo del focolare” verso la moderna silhouette della moglie e madre che lavora fuori casa. L’abito si accorcia e perde i ricami e le paillettes che lo impreziosiscono e, soprattutto, cessa di appesantirne il corpo, favorendo l’agilità nei movimenti. Libere dalla schiavitù del busto, spesso irrigidito con ossa di balena, le donne, per lo più impiegate nell’industria e nel commercio, vestono abiti spezzati, dalla linea morbida.
seconda sezione - Il costume etnico. Asia, Africa, America
Raccolti durante i numerosi viaggi compiuti da Franca Meo, i costumi e gli accessori etnici documentano non solo la passione per le culture extra-europee, ma anche l’attenzione particolare per gli usi e le tradizioni locali e per i significati simbolici ad essi connessi, nell’intento di far rivivere, più che l’abito in sé, il contesto culturale che li sottende. Preziosi chimoni e sari in seta ricamata si affiancano a caffettani in velluto e casacche in lana grezza, dove emerge, oltre ai vivaci accostamenti cromatici, l’abilità della lavorazione artigianale che spesso contempla anche la tintura con elementi naturali, di origine animale o vegetale. Preziosi decori a motivi geometrici o fitomorfi aprono una finestra sulle diverse funzioni “sociali” dell’abito, oltre che sui suoi significati rituali. Ogni pezzo, indumento o monile, condensa i valori culturali della comunità che l’ha realizzato, manifestando la tipicità di quei luoghi, attraverso la riproduzione essenziale, ad esempio, degli alberi che ne caratterizzano il paesaggio oppure mediante l’inserimento, soprattutto nei gioielli, di conchiglie e di altri elementi naturali. Gli strumenti e i materiali legati alla filatura e alla tessitura completano la saletta, sottolineando il richiamo all’artigianalità della confezione.
terza sezione -
La biancheria
La produzione del corredo costituisce, per ogni ragazza - di qualsiasi estrazione sociale - l’obiettivo primario della preparazione alle nozze. Spesso confezionato già a partire dall’età adolescenziale, esso impegna le future spose in un lavorio paziente, supportato spesso da insegnamenti casalinghi o da corsi gestiti da istruttrici esterne. Riposto in cassoni ampi, esso è ampiamente documentato soprattutto nel corso dell’Ottocento, quando assume talvolta dimensioni spropositate, transitando, magari, senza neppure essere utilizzato, dalle figlie alle nipoti.Consta essenzialmente di indumenti di biancheria intima oltre che, soprattutto, di lenzuola, finemente tessute a telaio e ricamate con motivi figurativi o geometrici, oltre che col no-me della nubenda o, ancora, con scritte benaugurali. La biancheria intima segue di pari passo le caratteristiche dell’abito soprastante. Lunghi e aperti sia davanti che dietro i mutandoni, e ampie pure le vesti e le sottogonne almeno fino agli anni venti del Novecento, quando il repentino mutamento delle condizioni professionali della donna, comportano l’alleggerimento anche dell’intimo. Gli astringenti busti sono sostituiti dai più morbidi reggiseni, mentre le calze, un tempo di seta, cucite lungo la linea posteriore del polpaccio e della coscia, cedono il posto alle fibre sintetiche, tessute con macchinari che ne eliminano, sempre più, le cuciture.
quarta sezione - Lavori attorno al focolare domestico
L’ampio spazio riproduce una cucina d’epoca: il fuoco ne costituisce il fulcro, non solo visivo, a documentare che, proprio la cucina, almeno fino ad alcuni decenni fa, costituiva il cuore pulsante della casa. Numerose sono pertanto le testimonianze materiali, soprattutto oggetti in legno, che fanno da sfondo ad alcuni abiti femminili della fine dell’Ottocento e dei primi decenni del Novecento, selezionati tra quelli da giorno, alcuni indossati durante le attività casalinghe. Un’ampia selezione di strumenti per la cucina riempie gli spazi della credenza e della madia, tra piatti e posate, paioli in rame, girarrosti, zangole per la produzione del burro, oltre a bilance e stampi in metallo. Un’ampia selezione di ferri da stiro, oltre ad uno strizzatoio professionale, documenta la contiguità degli impegni domestici. Non è difficile immaginare che la mamma che con una mano ripiegava l’abito stirato, con l’altra dondolasse la culla del piccolo. L’illuminazione dello spazio era garantito da lucernari alimentati da petrolio, datati tra la fine dell’Ottocento e la metà del secolo scorso. La sveglia “cipollona” sul mobile in primo piano, racconta l’occasione di un incontro speciale, documentando, come altri pezzi del museo, l’origine della raccolta, frutto di doni personali, oltre che di acquisti.
quinta sezione -
I pinocchi della Collezione Tosi
Giovanna Briani Tosi ha avviato la sua preziosa collezione di pinocchi giocattolo a partire dalla metà del Novecento.
Ha potuto così rintracciare, con paziente dedizione, un nucleo consistente di pezzi che datano dai primi anni del secolo scorso al 2000, realizzati nei materiali più diversi. C’è il burattino filiforme di pezza che reca sottobraccio il mitico abbecedario con le lettere ritagliate da quaderni storici, oppure il modello di cartapesta e sabbia di manifattura campana, o ancora i più tradizionali prototipi in legno e stoffa che risalgono agli anni Venti. Se a queste date la fisionomia del “piccolo seme di pino” (Pinocchio ha la stessa radice di “pinolo”) assume un aspetto vecchieggiante, vicino al racconto collodiano, è dagli anni quaranta che il travolgente pro-dotto cinematografico firmato Walt Disney muta radicalmente l’iconografia dell’umile pezzo di legno. Il naso allungato si accorcia e tende all’insù, le tipiche bretelle reggono i calzoni corti allacciati sotto il gilet. Reso più che snodabile nella ver-sione gommosa, prodotta in Italia da Furga negli anni cinquanta, il burattino si avvia così a sollecitare la fantasia di imprenditori, fumettisti e registi che lo adattano via via alle diverse contingenze del mercato. Con il recente deposito offerto dalla signora Tosi, la sezione dedicata del Museo della Moda e del Costume si arricchisce così di un significativo nucleo di balocchi, testimoni dell’intramontabile fortuna del burattino-bambino italiano.
sesta sezione -
La cameretta del bambino
Senza distinzione tra modelli maschili e femminili, i completi da neonato sono caratterizzati, almeno fino all’inizio del Novecento, da pochi ed essenziali elementi, quali le fasce che ne avvolgono il corpo, una vestina lunga fino ai piedi, cuffia e bavaglino. Nella collezione di Franca Meo un posto di rilevo è rappresentato dai completini da battesimo, cerimonia non solo religiosa che chiama a raccolta tutto il parentado, in oc-casione della prima apparizione pubblica del pupo. Confezionati con tessuti preziosi, spesso sono destinati a vestire, in pendant, anche la mamma e le damigelle che seguono la ceri-monia. Una volta cresciuti, bambini e bambine indossano abiti sagomati ad imitazione di quelli degli adulti che ne sottolineano lo status sociale, impedendone, spesso, il libero movimento. Tessuti raffinati, quali il piquet e l’organza, il tulle e la seta, vengono spesso completati da ricami e decori prezio-si, oltre che da copricapi e mantelline che scandiscono la mo-da stagionale. Quale prolungamento della sala monografica dedicata ai Pinocchi balocchi, la cameretta del bambino è corredata di giocattoli d’epoca, realizzati per lo più da familiari pazienti, nel caso di quelli di legno, oppure prodotti in latta, come quelli della INGAP, storico marchio padovano. Una selezione di bambole storiche, prima di cartapesta e legno, poi in porcellana, documenta l’alta specializzazione del settore, di provenienza francese, inglese e tedesca, oltre che nazionale.